a proposito del corpo di un bambino su una spiaggia greca…

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“THE SHOW MUST GO ON…”

(articolo originale pubblicato su Sardegna Blogger, il 4 sett. 2015)

Ho visto la foto di un bambino sdraiato sulla battigia, un corpo esanime, fastidioso e son passato oltre per non urtare la mia sensibilità. Ma i miei bambini che sbirciavano il computer da dietro mi hanno chiesto cosa facesse quel bambino coricato sulla sabbia.
Ho cercato di svincolarmi con un semplice “dorme”.
E son passato oltre.
Non che loro non sappiano quello che succede in questi giorni nel Mediterraneo, ma proprio non avevo voglia di impelagarmi in una spiegazione che non avrebbe avuto senso.
Non lo avrebbe avuto per me, prima che per loro.
Ormai lo so che a questi loro “perché” non sono in grado di dare risposte sensate. Non sono in grado di darle a loro perché non le ho neanche per me. Invidio quei fascisti che sanno di chi è la colpa: tua, sua, di quell’altro, di chi ci governa, di chi lo governa, di chi lui ha scelto che lo governasse ma poi è cambiato.
Come anche la sicurezza dei “compagni” che sanno che è colpa delle multinazionali, dei signori della guerra, dei capitalisti, dei padroni… E dei colleghi opinionisti che sanno qualcosa di tutto e insegnano coma si vive. Loro sì, lo sanno di chi è la colpa.
La colpa è sempre degli altri!
Beati loro…
I miei genitori cattolici mi avevano insegnato che non devo giudicare e che se al mondo qualcosa non va bene forse anche io ho un po’ di responsabilità – chi è senza peccato… – e così la mattina quando mi guardo allo specchio cerco di non dovermi vergognare troppo di ciò che ho fatto o di ciò che non ho fatto…
E vado avanti.
In fondo, mi dico, sono una brava persona…
Ma quella foto che ho cercato più volte di non vedere anche quando la guardavo ora è là, richiamata dalla domanda dei miei figli che mi costringe a pormi il problema.
I miei bambini ora giocano, la mia risposta per loro è stata sufficiente, ma mi hanno costretto a vedere.
Il problema è che dietro quel corpicino vestito come noi, con la pelle bianca come la nostra ci sono le distese di cadaveri sull’acqua, l’uomo abbracciato al figlio, la donna che cerca di galleggiare, i camion pieni di corpi privi di vita, il bambino nella valigia… e ci sono i barconi e le carrette del mare strapiene di carne ammassata, non più esseri umani ma solo corpi stipati uno sull’altro.
La foto del bambino perde l’identità, ora non è più sola.
Le immagini si sovrappongono una sull’altra, si affastellano in un’iperbole irreale. Già, irreale. Troppe per essere vere, troppe per poter essere concepite come appartenenti alla nostra quotidianità.
Troppo per poter fare qualcosa.
Un male del nostro mondo è l’ipertrofia dell’informazione e della comunicazione. Il “troppo” impedisce di soffermarsi sul dettaglio, di osservare il particolare, di riconoscere, di sentire l’appartenenza.
Il troppo ci abitua, ci assuefà, ci rende cinici, sensibili per un attimo, ma, consapevolmente impotenti, subito pronti a passare oltre verso il problema più impellente. Ci scandalizziamo per un momento e poi via, immersi in un pot pourri di pettegolezzi, politica spicciola, pubblicità, impegno civile, cronaca rosa o nera, turbamento, scandali, banalità e del nostro piccolo “particulare” che ci giustifica ogni cosa.
E, come se non bastasse, la realtà drammatica si mescola con le scemenze dei social media, con la pubblicità, con la fiction televisiva dando vita a un flusso indistinto che accomuna il tutto trasformando il vero in falso e il falso in vero.
È la logica della comunicazione nella nostra società, una frenetica corsa in cui il tutto si mescola senza parametri chiari destinato a modificarsi in tempi rapidissimi tanto da perdere in un attimo la chiarezza e la definizione.
Domani non sapremo se quel corpo fa parte di un pezzo di realtà o è frutto di un film di finzione. Il triste spettacolo del nostro mondo va avanti, non sarà certo il corpo di un bambino disteso sulla battigia che lo potrà cambiare anche perché fra qualche minuto sarà superato da altre immagini più o meno crude.
The show must go on…
E io potrò continuare a guardami allo specchio, la mattina, senza vergognarmi troppo per quel bambino che dorme su una battigia troppo simile a quella dove i miei “amici” di facebook prendono il sole o altri bambini fanno castelli di sabbia…