Leggere il Mein Kampf? Perché no? Magari impariamo qualcosa

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(articolo originale pubblicato su Sardegna Blogger, il 16 giu. 2016)

Ho visto tanti commenti contro l’iniziativa del “Giornale” di pubblicare come allegato il Mein Kampf di Adolf Hitler.

Un crimine, dicono. Un attacco alla democrazia. Un oltraggio alle vittime dell’Olocausto.
Un concreto rischio di trasformare l’italiano medio in nazista.
Effettivamente durante il nazismo in Germania ogni famiglia tedesca doveva averne una copia in casa di questo libro. Non necessariamente doveva leggerla e non necessariamente doveva condividerne il contenuto (o almeno non doveva dirlo, di non condividerlo), ma la copia in casa doveva averla.
Perché ogni buon tedesco doveva essere un buon nazista, non c’erano vie di mezzo. E per essere un buon nazista bisognava conoscere questo fondamentale pilastro del nazismo dato che al suo interno sono indicati i valori imprescindibili del movimento.

Oggi, dicono i nostri governanti, ripubblicare l’opera di Hitler è una squallida, grave decisione. Quasi che, come succede per i più pericolosi virus, il semplice contatto col libro possa trasformare chiunque in un nazista.

Io invece non ho per niente paura del virus Mein Kampf, da anni diverse edizioni del libro occupano uno spazio in vista nelle librerie di casa mia. E non solo non ne ho paura, sono addirittura convinto che la lettura del libro – anche per chi non è, come me, uno studioso di certi problemi – sia importante nonché utile.
Direi, quasi, fondamentale per capire il mondo in cui viviamo.
Infatti, una volta superate le visioni farneticanti di uno dei più maestosi geni del crimine del ventesimo secolo, ciò che rimane è un articolato affresco della società contemporanea e un valido saggio di comunicazione politica. Forse non brillante, certamente poco sofisticato nel ragionamento, ma di certo lucido e preciso, ricco di intuizioni che sono state adottate da chi ci governa da più di vent’anni per portarci ad aderire alle loro idee.
La propaganda proposta nel libro, e poi raffinata negli anni da Joseph Goebbels, sta alla base della moderna propaganda politica in uso nei regimi democratici più che in quelli totalitari, ossia dove «più che fondare il potere sulle armi, è meglio conquistare il cuore del popolo per mantenerlo» (la frase la pronuncia Goebbels nel 1934).
Una propaganda che si basa sul senso di appartenenza e sull’enunciazione assiomatica della risoluzione dei problemi più che sulla loro risoluzione effettiva.
«Una propaganda efficace – scrive Hitler a metà anni Venti esplicitando un concetto che è stato fatto proprio dai grandi comunicatori politici da allora fino a Berlusconi e oltre – deve limitarsi a pochissimi punti; ma questi deve poi ribatterli continuamente, finché anche i tapini siano capaci di raffigurarsi, mediante quelle parole implacabilmente ripetute, i concetti che si voleva restassero loro impressi».
E aggiunge:
«La propaganda deve rivolgersi unicamente alle masse (…) il suo compito non sta nell’educazione scientifica dei singoli quanto piuttosto in un rinvio della massa a determinati fatti o avvenimenti o necessità, la cui importanza solo così viene manifestata al pubblico (…) L’arte della propaganda si rivolge esclusivamente a far nascere una generale convinzione della realtà di un fatto, della inevitabilità di un avvenimento, della giustezza di qualcosa di fatale. (…) Così i suoi effetti devono sempre essere rivolti al sentimento e solo limitatamente alla cosiddetta ragione. (…) Ogni propaganda per essere efficace deve essere popolare e per essere popolare il suo livello spirituale deve essere posto tanto più in basso quanto più grande sia la massa di gente su cui si vuole agire». Leggendo queste parole, quanti leader politici oggi sulla scena in Italia ci vengono in mente?

Ma il libro non è importante per la sola lezione sulla propaganda, lo è forse di più in quanto esplicita la natura di certi sentimenti ampiamente diffusi nella nostra società. D’altra parte, come scriveva Susan Sontag, il nazionalsocialismo non è «solo brutalità e terrore», è anche portatore di «ideali che resistono ancora oggi sotto bandiere diverse: l’ideale della vita come arte, il culto della bellezza, il feticismo del coraggio, l’annullamento dell’alienazione in estatici sentimenti di comunanza; il rifiuto dell’intelletto; la famiglia dell’uomo (con i capi nel ruolo di genitori)». E a questo possiamo aggiungere il valore della razza, la distinzione degli esseri umani per qualità superiori e inferiori, l’idea di patria come universo chiuso e dominante, la famiglia tradizionale come culla della società, l’esclusione e la soppressione del diverso e del debole… Questi ideali sono vivi e coinvolgenti per molti e sono ideali portanti del nazismo chiaramente ed esplicitamente descritti nel Mein Kampf.

E allora, di fronte a governanti che senza pudore usano la resistenza a proprio vantaggio e che progressivamente demoliscono le forme di partecipazione popolare alla vita politica accentrando sempre più il potere nelle mani di pochi, di fronte a emeriti presidenti della repubblica che invitano all’astensionismo elettorale, di fronte a una classe politica sempre più involuta in se stessa, di fronte al fanatismo religioso, di fronte a chi “non sono razzista, non sono contro i gay, ma…”
Ecco di fronte a tutti questi leggere il Mein Kampf di Adolf Hitler può fare solo bene.
Magari ci porta a capire meglio la natura e l’attualità di certi ideali.