Lost Citizen

Sono stato chiamato in causa più volte a proposito di un mio intervento fatto recentemente durante la presentazione al pubblico del bel documentario “Lost Citizen”, di Carla e Sebastiana Etzo con la collaborazione di Vincenzo Rodi. Per primo Pio Bruno nelle sue interessanti “considerazioni personali” (ma non troppo personali, visto che le ha pubblicate su facebook) ha segnalato il mio intervento come “l’unica voce critica” sul film emersa durante la proiezione alla Cineteca Sarda. Poi Carla Etzo ha rilanciato nel suo commento alla riflessione di Pio Bruno. Ed eccoci qua.

Per capire meglio di cosa stiamo parlando potete leggere gli interventi di Pio e di Carla a questi link:
Pio Bruno
Carla Etzo

Questo invece è il link al trailer del documentario:
Trailer

Comincio con una necessaria precisazione. Per quanto mi riguarda è naturale che il mio intervento di commento a un film sia di natura critica, intendendo con ciò non un parere negativo in quanto tale, ma una riflessione analitica che osserva il carattere del film e da questa osservazione esprime un parere (si potrebbe usare anche il termine “giudizio”). Insomma, la critica non è per forza negativa e per me è un dovere. Ed è sempre riflessione su un film, ossia su un testo concluso che ha una sua vita e un suo senso a prescindere dal tema che tratta e dalla realtà a cui si ispira (possiamo avere un bellissimo documentario efficace che stilizza e trasforma la realtà, e un bruttissimo film che la racconta pedissequamente). E giacché i primi interventi dopo la proiezione erano di natura del tutto diversa, io ho precisato che avrei parlato “solo” di cinema. L’altro aspetto riguarda invece il riferimento al pubblico di “intellettuali” presenti in sala, sempre pronti a solidarizzare con gli operai protagonisti dei film, che non è proprio piaciuto e su cui la platea ha ironizzato neanche troppo velatamente (ricordo in particolare i commenti di una vecchia giornalista ad alta voce e di un vecchio politico in sordina… chiaramente loro si sentivano diversi, non certo “intellettuali”). Non ci vuol molto a constatare che gli intellettuali ogni volta che esce un film sugli operai solidarizzano con loro (durante il dibattito a cui si è fatto riferimento, nel mio intervento elencavo una serie di film sul Sulcis realizzati a partire dal 1965 che esemplificano la casistica) ma, come dimostra l’uscita di film sempre nuovi accompagnati dalla consueta solidarietà, questa simpatia non conduce da nessuna parte. In fondo quando si ha la possibilità di fare scelte che possono incidere sulla realtà gli intellettuali non sono molto operaisti (a tal proposito potremmo trarre delle conclusioni più precise quando avremmo elementi per valutare l’azione dell’attuale Giunta regionale, molto intellettuale nella sua composizione). E allora, concludevo il mio ragionamento, bisognerebbe pensare a funzioni diverse di un film che non siano quelle di incitare alla lotta o di sensibilizzare verso il cambiamento. Se un documentario non si fa propaganda la sua funzione può essere anche solo quella di far vivere un’esperienza estetica, di far conoscere un mondo, di creare empatia verso una realtà. La lotta per il cambiamento, probabilmente, va fatta con altri strumenti. Anche perché se è vero che oggi le battaglie politiche non possono prescindere dal livello mediatico, è anche vero, come scrive Mario Perniola, che il pubblico dei media “è una specie di tabula rasa estremamente sensibile e ricettiva, ma incapace di trattenere ciò che è scritto su di essa oltre il momento della ricezione e della trasmissione. Paradossalmente il pubblico della comunicazione è tutto coscienza che trasmette e riceve qui ed ora, ma senza memoria e senza inconscio. Ciò consente ai potenti di poter fare e disfare secondo il tornaconto momentaneo, senza essere legati ad alcunché”. Insomma, la battaglia mediatica è utile fino a un certo punto.

Ma andiamo al film. La mia critica riguarda principalmente il detto oltre le intenzioni, ossia il messaggio che il film comunica perché è insito in ciò che mostra. [E qui, lo dico per inciso, si vede che Lost Citizen non è un film di propaganda che deve convincere su una tesi e per farlo adatta la realtà ai suoi bisogni, è invece un documentario che coglie molto bene una condizione umana creando empatia fra spettatore e protagonisti] Il processo di comunicazione si regge essenzialmente sulla voce di alcune persone che vivono sulla propria pelle il dramma della crisi del Sulcis e sulle immagini di paesaggi e ambienti che accompagnano queste voci. Saltiamo le considerazioni sul contenuto delle testimonianze, non perché non siano interessanti, ma semplicemente perché esprimono aspetti noti – la crisi economica della regione, l’inadeguatezza della classe politica, la disperazione per il presente e la mancanza di prospettiva per il futuro – e consideriamo la forma che queste dichiarazioni assumono e quindi l’impianto visivo che le accompagna (molto banalmente senza forma non c’è contenuto che possa essere veicolato e nel modo in cui si dà forma al contenuto questo assume un senso ulteriore). Il film da questo punto di vista è piuttosto organico ed è riconoscibile come un documentario sociale. Solo in alcuni momenti questa organicità linguistica viene persa quando, forse per dare autorevolezza al prodotto, si passa allo stile del reportage di inchiesta televisiva con l’intervista all’esperto di turno che grazie alla propria qualifica garantisce la “verità” di quanto trasmesso.

Il documentario si apre con le immagini di repertorio della disputa televisiva durante la trasmissione di Santoro in cui l’operaio del Sulcis accusa con parole colorite il ministro Castelli (in realtà l’accusa sarebbe rivolta alla classe politica al governo) di aver rotto il patto fra generazioni nel momento in cui la crisi del territorio ha fatto terra bruciata chiudendo ogni possibilità di lavoro per le giovani generazioni. La scena è nota, Castelli si alza e si allontana mentre l’operaio prosegue la sua invettiva. Da un punto di vista televisivo il duello è stato certamente vinto dall’operaio con un successo mediatico immenso ma da un punto di vista concreto, superato il tifo e la solidarietà, non si è andati molto lontani. A confermarcelo sono le immagini, molto curate e raffinate, che fanno il film. Sono immagini di ambienti fatiscenti e abbandonati, villaggi fantasma, archeologia industriale, volti desolati, battaglie combattute da poche persone contro avversari vaghi, assenti, indefiniti… Questo mondo di altri tempi, che ora è evidentemente finito, costella le testimonianze dei protagonisti che raccontano tristi storie personali, si preparano ad emigrare, rivendicano i loro diritti ma, consapevoli di appartenere a un mondo ormai frammentato e privo di coscienza di classe, capiscono i compagni adescati dalle promesse elettorali del re degli imbonitori. Rabbia e tristezza colpiscono lo spettatore, ma è soprattutto il senso di impotenza verso una realtà in cui il piccolo lavoratore  è sempre un perdente che fa venire l’angoscia. E allora il duello iniziale di Pirotto e Castelli assume un senso fastidioso perché quel ministro che esce di scena con il sorrisetto in faccia sommerso dalla foga dell’operaio non è il vero perdente (come invece il duello televisivo aveva fatto credere) bensì quello che sulle medie e lunghe distanze continua a vincere. A Pirotto e agli altri come lui rimane la rabbia, la dura fatica di racimolare giorno per giorno quattro soldi per mantenere la famiglia, la lotta impari contro qualcuno irraggiungibile.

Il film di Carla e Sebastiana Etzo è bello, non solo perché Vincenzo Rodi lo confeziona bene, ma perché ti porta in una realtà a vivere un dramma quasi fossi lì in prima persona. È bello, ma quanto è triste… e anche pessimista. L’epilogo in tal senso è emblematico. Lungo i binari di una ferrovia un bambino corre, potrebbe essere l’idea del futuro che incombe per cambiare, un segno di speranza. No, il bambino non viene verso di noi, corre di spalle, si allontana da questo mondo che abbiamo visto, scappa, ogni tanto rallenta, barcolla fino a uscire di scena. Come non pensare a quei giovani che chiudono “L’ultimo pugno di terra” di Fiorenzo Serra inquadrati mentre salgono le scalette di una nave con la valigia di cartone legata con spago per la nuova e moderna transumanza che era l’emigrazione all’estero ai tempi della Rinascita? Dopo la fuga del bambino, le immagini di un paesaggio bellissimo ma disabitato che chiudono il film hanno un nonsoché di inquietante.

28 giugno 2014