Quella bambola

nizza

 

(articolo originale pubblicato su Sardegna Blogger, il 19 lug. 2016)

Conosco quella bambola che sta accanto al corpo coperto da un telo nero in una delle foto che in questi giorni i media di tutto il mondo usano per accompagnare la carneficina di Nizza.
La conosco perché è uguale alla bambola preferita da mia figlia. Quella con cui si accompagna quasi sempre, al mare e in montagna, in viaggio e a passeggio da nove anni, quando gliel’ho portata da Torino nel primo viaggio che facevo dopo la sua nascita.

Vederla là, in un contesto simile mi ha strappato il cuore.

Era chiaro che sotto quel telo nero stava qualcosa che non era un semplice e indifferenziato corpo privo di vita. Al contrario, qualcosa di particolare, di preciso, che per il tramite di quella bambola diventava un pezzo della mia vita. Come se a Nizza, la notte del 14 luglio, fosse stata colpita anche la mia famiglia.

Chissà se il fotografo che l’ha scattata e i mass media che la usano sono consapevoli della potenza di quella foto come arma a vantaggio dei terroristi.
Loro, i terroristi, hanno l’obiettivo di distruggere la nostra tranquillità colpendo intorno a luoghi e momenti emblematici, hanno l’obiettivo di farci sentire l’odore della morte, la paura di poter essere colpiti nelle cose che ci stanno più a cuore.

Quella fotografia per toccare la nostra sensibilità non usa la forza del sangue. A questo siamo ormai assuefatti da una caterva di immagini splatter che cinema e televisione ci proiettano ogni giorno senza tregua. Né ci fa vedere il volto della vittima, che ci porterebbe a identificarla e quindi a solidarizzare pur lasciandoci il vantaggio dell’alterità: la morte di una bambina è grave, rimaniamo sinceramente addolorati e scioccati, ma è comunque altro da noi. Invece, mettere nella foto il corpo e nel contempo nasconderlo, giocando con quello che noi tecnici chiamiamo fuori campo interno, ci porta a immaginare.
Quel corpo potrebbe essere chiunque e l’unico elemento riconoscibile è la bambola. La bambola della bambina uccisa a Nizza, in primis, ma anche la bambola di mia figlia e, essendo una bambola fatta in serie, di migliaia di altre bambine europee.

Questo espediente narrativo è lo stesso che aveva usato molti anni fa Fritz Lang per chiudere in modo geniale il prologo di M. Il mostro di Düsseldorf, quando la piccola Elsie viene attratta dal mostro. Il regista ci fa capire quello che è successo alla bambina senza farci vedere nulla e lasciando all’immaginazione ciò che è accaduto: la piccola si allontana con l’uomo e, dopo inquadrature di passaggio, in chiusura vediamo solo la palla con cui giocava rotolare in una specie di cunetta e il palloncino appena regalatole dal mostro prendere il volo in cielo…
Non servono parole, tutto è chiaro.
È la forza della metonimia, il passaggio di qualità permesso dalla contiguità: la palla e il palloncino che erano stati di Elsie ora occupano il suo posto, non sono più semplici oggetti, sono parte di quella persona, la rappresentano.
Allo stesso modo la bambola della foto, non è più una generica bambola, è la bambola di quella bambina che sta sotto il telo nero. Ma non avendo noi elementi per identificare quella bambina usiamo come elemento identificatore la bambola, alla quale attribuiamo l’unico riferimento possibile: la bambina che sappiamo avere una bambola come quella.

Ma c’è anche dell’altro, infatti quella bambola fatta in serie ha anche la forza della sineddoche, ossia della parte che rappresenta il tutto. E quella bambola, in questo contesto, diventa “la bambola” per eccellenza, quella che possiede ogni bambina occidentale. Anche da questa prospettiva quella foto ci riconduce a casa nostra.
Certo, basta un attimo per riportarci alla ragione e prendere atto che noi non eravamo là e che quindi non siamo materialmente colpiti. Ma l’impatto c’è stato e la nostra tranquillità è colpita inesorabilmente.
La forza immediata della foto è proprio questa: il fatto che contiene una storia (una narrazione) e che questa storia ci coinvolge in prima persona.